Passi avanti nella carriera dell'attore bergamasco Giorgio Marchesi. Che tra una fiction e uno spettacolo teatrale è approdato al grande cinema italiano
Bergamo - Era il tenente Corsini nella seconda serie televisiva "La figlia di Rivombrosa". Interpretava Filippo D'Aragona nel film italo-spagnolo "Los Borgias" e il poliziotto Francesco Miraglia nella fiction di Raiuno "Il bene e il male". Ora è su Canale 5 con "Intelligence" e soprattutto sta lavorando alla prossima pellicola di Ferzan à–zpetek, regista noto per "Le fate ignoranti" e "La finestra di fronte". Giorgio Marchesi, classe 1974, partito da Bergamo nel 2003 alla volta di Roma, è un attore di razza: determinato, umile, talentuoso. Animato da una grande passione, è riuscito laddove molti falliscono, ha costruito il suo sogno passo passo dal teatro al cinema. E ritorno. Perchè sul palcoscenico è cresciuto e sempre sul palcoscenico si toglie ancora parecchie soddisfazioni.
In quale progetto è impegnato in questi giorni? «Sto girando a Roma la terza serie de "I liceali" per Canale 5, che andrà in onda nel 2010, mentre la seconda sarà trasmessa tra poco. Mi hanno affidato un ruolo carino: sono il marito di Christiane Filangieri, protagonista che in questa terza edizione sostituisce Claudia Pandolfi, mentre Massimo Poggio ha preso il posto di Giorgio Tirabassi. Questo marito è un pubblicitario in crisi creativa, gelosissimo, un pazzo scatenato che vede cose che non ci sono e che mi sono divertito un sacco a fare. In questi giorni, il lunedì sera su Canale 5, va in onda poi "Intelligence", serie di 6 puntate con Raoul Bova ad alto budget (20 milioni di euro, ndr), dove faccio una parte abbastanza importante: sono il fratello della protagonista femminile Ana Caterina Morariu, agente segreto, e vengo mio malgrado coinvolto in un intrigo di spionaggio internazionale». Questo per la televisione. E il cinema? «Sto partecipando, con mia grande soddisfazione, alle riprese per la nuova commedia di à–zpetek. Un piccolo personaggio ma importante per la storia e per me. E' la mia prima volta nel mondo del grande cinema italiano, in compagnia di nomi quali Scamarcio, Preziosi, Fantastichini». Poi c'è il teatro. «Assolutamente. Ho un impegno al Teatro Piccolo Eliseo di Roma tra fine gennaio e inizio febbraio con uno spettacolo che portiamo anche a Napoli: "Hell, un'altra storia del moro di Venezia". Si tratta di una rivisitazione dell'Otello di Shakespeare. Dal 6 al 20 settembre a Spoleto sono stato invece uno dei due protagonisti di "Trilogia Horowitz", un omaggio - attraverso i tre suoi atti unici "L'Indiano vuole il Bronx", "Beirut Rocks" ed "Effetto Muro" - al grande autore teatrale Israel Horowitz per i suoi 70 anni. Per l'occasione siamo stati ospiti della "filiale" umbra dell'associazione internazionale di teatro sperimentale La MaMa, che ci ha messo a disposizione uno spazio fantastico fuori Spoleto: un vecchio monastero dove siamo stati un mese a fare le prove con tre registi di diverse nazionalità . Un progetto, insomma, in pieno spirito La MaMa, che punta molto su multiculturalità e multimedialità ». Probabilmente le soddisfazioni personali sono maggiori qui che nelle fiction… «E' un lavoro completamente diverso, appagante perchè c'è più tempo per lavorarci; e poi è un ritorno alle origini di ricerca e mestiere, ci si mette più in gioco. Mentre nelle fiction si va sempre di corsa… a parte "Intelligence", dove c'erano mezzi e tempi quasi cinematografici». Un'esperienza differente, insomma. «Sicuramente più bella di molte altre perchè quando si gira troppo in fretta si lasciano sul campo parecchi dettagli e si hanno meno possibilità di concentrarsi sull'interpretazione. Anche le scene più complesse di "Intelligence" sono andate bene: abbiamo avuto il tempo di provarle adeguatamente e di fare parecchi ciak». Con chi le piacerebbe lavorare, se potesse scegliere? «A teatro con Valerio Binasco, col quale ho fatto un seminario. Mi piace molto come lavora. Per quanto riguarda il cinema sono un grande fan di Sorrentino, anche se fino ad ora ha scelto per i suoi film figure molto complesse e di una certa età . Non credo di essere nella sua tipologia di attore, però chi lo sa, magari in futuro… Se uno deve sognare meglio sognare in grande... Sarebbe fantastico poi lavorare con un grandissimo maestro come Olmi: avrei dovuto incontrarlo ma quando mi ha chiamato l'agenzia non c'ero e m'è rimasto un po' l'amaro in bocca…». Si dice che il bravo attore non dovrebbe mai smettere di studiare. «Vero. Anche un grande come Al Pacino, del resto, so che continua ad andare all'Actor Studio. Appena riesco, sia in termini di tempo che di possibilità , cerco di farlo. L'anno scorso, ad esempio, ho seguito un corso molto interessante con la regista americana Geraldine Baron che quest'anno mi è servito tantissimo. E' anche un modo per non cadere nelle abitudini, per non adagiarsi sempre sullo stesso modo di recitare. Bisogna destrutturarsi, di tanto in tanto. Il teatro sperimentale in questo senso è decisamente stimolante». Andiamo sul personale. Lei ha un figlio di tre e anni e mezzo, Giacomo. Riesce a conciliare lavoro e famiglia? «Per ora è andato sempre tutto bene. Certo, bisogna fare dei sacrifici. Amici e colleghi ci danno una mano perchè anche la mia compagna fa l'attrice e non è romana, dunque non possiamo contare sulla famiglia. Ovviamente non sto facendo quella vita sociale a cui molti puntano: penso però che alla fine conti più il lavoro che andare alle feste dove si incontrano gli artisti… Spesso poi Giacomo ce lo portiamo dietro, lo facciamo assistere alle prove, anche se fargli capire qual è il nostro lavoro non è facile. L'altro giorno mi ha visto nei panni del sodato con una mitraglia in mano e mi ha detto: "anche io la voglio, papà !"». Abita a Roma dal 2003. Si è ambientato perfettamente, direi. «Sì, anche se abbiamo pensato di spostarci. Ma il nostro lavoro è qui. Roma secondo me attraversa un periodo di stanchezza, non è più quella anche solo di dieci anni fa. Ha perso vivacità . Ma resta meravigliosa».
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